Parto da una doverosa premessa al fine di evitare qualsiasi fraintendimento con Voi che leggerete questo post, tutto ciò che scriverò sull'argomento è frutto del mio pensiero partendo dal presupposto che non sono un addetto ai lavori o un esperto in materia.

Detto questo, ciò che stiamo imparando in questi giorni sul Covid-19 e sulla sua diffusione è che: 1) il virus si diffonde molto facilmente con un tasso di contagiosità abbastanza elevato; 2) il virus ha un tasso percentuale di mortalità “abbastanza” contenuto, ad oggi è di circa il 2,3% anche se è sempre brutto parlare in questi termini quando si tratta di vite umane; 3) in una persona contagiata il virus può non manifestare sintomi, può presentarsi con lievi sintomi assimilabili a quelli dell’influenza stagionale, può evolversi in maniera da rendere necessaria una ospedalizzazione del contagiato sino all’ultimo stadio in cui la situazione clinica si evolve in maniera talmente negativa da rendere necessario il trattamento in terapia intensiva del malato.

Fatto salvo per alcuni casi, come ad esempio il c.d. Paziente1 italiano di 38 anni che fin da subito ha manifestato un attacco virale molto aggressivo in una persona giovane e dallo stile di vita a quanto pare sano, le persone più a rischio, non di contagio ma di essere soggette a complicanze in conseguenza al contagio stesso, sono soggetti fisicamente deboli a causa dell’età o per colpa di una patologia precedente che ne ha causato l’indebolimento oppure persone che, a causa delle cure alle quali si sta sottoponendo, si trovino in un temporaneo stato di debilitazione.

E allora se queste sono le premesse, facendo un ragionamento molto freddo, asettico ed impersonale, perché una tale mobilitazione per limitare la diffusione di un virus che, a conti fatti, ha delle conseguenze letali “abbastanza” limitate?

La risposta è semplice: per il trattamento di una parte dei soggetti contagiati si deve ricorrere al ricovero in strutture ospedaliere, e per una parte di essi si dovrà ricorrere a trattamenti in terapia intensiva, ragion per ad un alto numero di soggetti contagiati corrisponderà un altrettanto elevato numero di soggetti ospedalizzati. Non potendo contare su risorse infinite di posti letto, e ancor meno di posti in terapia intensiva (circa 5.000 su tutto il territorio nazionale), si rischia il collasso di un Sistema Sanitario che si ritroverà sovraccaricato di contagi e non riuscirà ad accogliere altri malati con gravi patologie (immaginiamoci un ferito da incidente stradale, un paziente con una grave patologia cardiaca che non trova spazio in terapia intensiva e quindi non potrà essere sottoposto a trattamenti “salvavita”).

Limitare il contagio diventa così un’esigenza fondamentale e la nostra collaborazione in tal senso è un atto dovuto a protezione di noi stessi, dei nostri cari, dei nostri amici ma soprattutto di tutte quelle persone, conosciute o meno, che se colpite non potranno sopravvivere alle complicazioni del contagio.

E allora, per quanto ci possa pesare, adeguiamoci alle attuali regole imposte a nostra salvaguardia; dopotutto per lavarsi ripetutamente le mani non c’era certo bisogno di una emergenza sanitaria per adottare questo semplice per quanto ovvio comportamento.

Rimini, 02/03/2020