Sunday, 10 May, 2020

Le 3T, Test - Tracciamento - Trattamento

Questo che si è concluso è stato il primo week-end post Fase1, non lo definisco come primo fine settimana di Fase2 poiché ritengo che stiamo vivendo una fase1bis, una sorta di terra di mezzo tra queste fasi in cui allentare alcune restrizioni imposte durante il lockdown per andare incontro alle richieste della gente salvo continui richiami all’utilizzo del buon senso per poi stigmatizzare il popolo per comportamenti inopportuni seppur legittimati dalle nuove regole previste dal DPCM 26 Aprile 2020.

Nei giorni scorsi, esattamente il 4 Maggio, il prestigioso Imperial College di Londra ha diffuso uno studio, denominato “Report 20: uso della mobilità per stimare l'intensità di trasmissione di Covid 19 in Italia: analisi a livello regionale e scenari futuri", in cui rappresenta cosa potrebbe accadrebbe nel nostro Paese con un ritorno alla normalità che ha preceduto l’emergenza causata dall’epidemia di Covid-19; doverosa da parte mia una premessa, ossia che in questo studio sono state prese in considerazione i "worst case scenarios", ossia i peggiori scenari possibili, ma visto che a effettuare lo studio è stato il prestigioso college, l'istituzione scientifica che tra l’altro con una ricerca "apocalittica" mesi fa ha fatto cambiare idea al premier britannico Johnson, al presidente americano Donald Trump e a quello francese Emmanuel Macron riguardo al loro approccio sino a quel momento "soft" contro il coronavirus, credo sia meritevole di essere preso in considerazione.

Il rapporto, partendo dalla situazione di “controllo” della diffusione dell’epidemia ottenuta in Italia tramite l'implementazione di interventi identificati come “non-farmaceutici" (tra cui la chiusura di scuole ed università, il distanziamento sociale e la quarantena, compreso il divieto di assembramenti pubblici e di effettuare spostamenti non essenziali) presupponendo che non vengano introdotti nel frattempo interventi farmaceutici e ipotizzando che il comportamento rimanga uguale a quello precedente agli interventi “non-farmaceutici” e che non venga effettuato il tracciamento dei contatti delle persone, ipotizza l’evoluzione della diffusione del Covid-19 nelle 8 settimane successive alla conclusione del lockdown.

Evitando di entrare nell’analisi dei numeri e dei grafici, per i quali se vorrete approfondire vi rimando alla pagina web https://www.imperial.ac.uk/mrc-global-infectious-disease-analysis/covid-19/report-20-italy/ , i risultati suggeriscono che nelle settimane e nei mesi avvenire in Italia sia la trasmissione di Sars-CoV-2 che la mobilità devono essere costantemente monitorate ed attentamente valutate; questo perché per compensare l'aumento di mobilità, che si verificherà con il rilassamento degli interventi non-farmaceutici attualmente in vigore, l'adesione della popolazione alle misure di distanziamento sociale raccomandate insieme ad una sorveglianza intensificata della trasmissione nella comunità con tamponi, il tracciamento dei contatti e l'isolamento tempestivo dei contagiati sono di fondamentale importanza per ridurre il rischio di ripresa della trasmissione. In assenza di ulteriori interventi, anche un ritorno del 20 per cento ai livelli di mobilità pre-quarantena, potrebbe causare un aumento dei decessi molto maggiore di quanto si sia verificato nell'attuale ondata. Qualora la vita nel nostro paese tornasse alla parziale normalità, sarebbe il Piemonte, secondo l'Imperial College, a essere la regione più colpita, con un numero stimato di decessi tra 700 (miglior scenario possibile al 20% di mobilità pre-lockdown) a 8.700 (peggior scenario possibile con mobilità ritornata al 40% di mobilità pre-lockdown), a seguire il Veneto con una forchetta tra 500 e 6.600 morti, Toscana (tra 200 e 3.600) e Lazio (tra 100 e 3.300 morti); la Lombardia, già molto colpita, sarebbe al quarto posto in questa proiezione, con un numero di nuovi decessi compreso tra 90 e 2mila mentre in coda ci sarebbero Valle D'Aosta, Calabria, Umbria e Molise, nei quali, anche in caso di ripresa al 40% della vita "normale", registrerebbero nel peggior scenario possibile rispettivamente 14, 45, 66 e 72 nuovi decessi a testa nel giro di otto settimane. Senza quindi una sorveglianza intensificata della trasmissione nelle comunità, attraverso un uso estensivo dei tamponi, il tracciamento dei contatti che consenta di monitorare l’andamento dell’epidemia e di intervenire per spegnere immediatamente eventuali nuovi focolai epidemici, l’isolamento tempestivo dei contagiati e trattamenti di cura adeguati e tempestivi, non sarà possibile ridurre il rischio di ripresa della trasmissione ed è del tutto evidente che non si potrà scaricare sulla responsabilità dei singoli individui la responsabilità di un eventuale ripresa dell’epidemia solo perché questi non sono stati ligi e rispettosi dei regolamenti previsti.

Al di là delle previsioni “pessimistiche” sugli effetti, non possiamo fermarci un attimo a riflettere su questo studio e su quanto in esso contenuto, soprattutto per la parte riguardante gli strumenti test e di monitoraggio necessari. A quasi una settimana dalla parziale ripresa delle attività produttive e della mobilità delle persone, siamo ancora in una condizione in cui non sono partite le fondamentali attività di screening sulla popolazione e di tracciamento dei contatti e la mancanza di questi 2 elementi rischia di aver vanificato gli sforzi di una intera popolazione.

In definitiva quindi, non potremo evitare una seconda ondata senza tenere insieme una responsabilità sociale e civica diffusa insieme a un sistema che si fondi sull’applicazione rigorosa delle tre T: - Testare; - Tracciare; - Trattare.

E, non si tratta solo di una questione sanitaria ma anche economica perché non può esserci ripresa senza un controllo dell’epidemia; non basterà quindi rialzare le saracinesche perché la maggior parte dei cittadini, per tornare alla sua vita, vorrà essere certa che i contagi siano sotto controllo.

Ripartire senza limitare la massimo delle possibilità i rischi sarebbe un atto imperdonabile poiché ricorrere ad un nuovo lockdown costituirebbe un dramma sia per le persone che per il mondo del lavoro e dell’impresa che non avrebbe alcuna possibilità di superare il blocco delle attività. Per farlo serve uno sforzo per uniformare la rete di assistenza, per una ottimale collaborazione tra governo centrale ed enti locali, e rendere possibile una migliore organizzazione e approvvigionamento dei tamponi ma proprio qui vengono i primi nodi al pettine dato che non vi sono ancora certezze sulla strategia e i mezzi da adottare per realizzare un controllo sanitario diffuso a livello nazionale, con l’aggravante che le Regioni vanno per conto loro; oltre a questo, ad oggi non ci sono ancora sicurezze sugli strumenti informatici da utilizzare per effettuare il tracciamento dei contatti al quale poi si aggiunge l’incognita della volontarietà dell’utilizzo di tale strumento, una volta messa in funzione, che rischia di invalidare qualsiasi sforzo fatto in tale direzione.

In attesa che tutto quanto sopra si realizzi nel più breve tempo possibile, anche se si è già in colpevole ritardo, bisognerà anche attivarsi per rendere omogenea su tutto il territorio nazionale la presenza di Covid Hospital dedicati all’emergenza, con reparti separati dagli altri per evitare possibili contagi tra i malati di Covid e gli altri pazienti , potenziare la rete dei presidi territoriali per offrire cure domiciliari ai pazienti meno gravi ed individuare tutte le strutture adatte a isolare i contagiati senza le quali si rischierebbe di ripetere l’esperienza della fase appena conclusa, ovvero che la principale fonte di contagio durante il periodo di lockdown sono stati i nuclei familiari.

Quindi utilizzo di tamponi, che non rappresentano soltanto uno strumento di diagnosi ma sono anche un valido mezzo di sorveglianza attiva e perciò diventa fondamentale potenziarne l’utilizzo, implementazione di un sistema di “contact tracing”, necessario per tracciare gli spostamenti delle persone per ricostruirne i contatti con persone risultate positive, potenziamento delle strutture Covid, fondamentali per il trattamento dei nuovi casi, sommato a comportamenti sociali adeguati tenuti da una popolazione impegnata attivamente in questa lotta sono l’unica via che ci permetterà di vivere una vera fase2, la fase della convivenza con il covid-19 fino a quanto non esisterà una cura efficace contro questo virus; altre strade, purtroppo, non ci sono.

Rimini, 10 Maggio 2020

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